|  |   Toscana Foto Festival 2004: le mostre Quest’anno, al Toscana Foto Festival, mostre fotografiche tra le più significative a livello nazionale ed internazionale: Fontana, Galimberti, Castello-Lopes, Cito, Ferrato, Kirkland, Stefanelli, Sorlini, Ferrari, Lions, “Berengo Gardin, Zizola, i vincitori 2003 del Premio “Le Logge”, di “Ambiente Italia”, “Alberobello fotografia”, “Porfolio in piazza”, “Internazionale di fotografia”. Mostre di grande spessore culturale ed artistico, capaci di trasmettere emozioni, sensazioni, pensieri. Come nella pagine di un libro l'autore pone la sua personalità ed il suo modo di vedere il mondo, ed il lettore vi ritrova tutto se stesso e il "suo" modo di vedere il mondo, allo stesso modo una fotografia sa insieme comunicare ed ascoltare. Dal 4 luglio al 15 agosto 2004 a Massa Marittima, un'occasione stimolante per un tuffo nell'arte e nella cultura, immersi in una delle più belle e caratteristiche città d'Europa. Patrizia Savarese, "Specchi d'acqua / 'Luce Liquida' " A suo modo anche la luce è un pò liquida... nel suo scorrere sulle cose come l'acqua, nel suo allungarsi sul pavimento, o nel crepitare sulle superfici più aspre scomponendosi in frammenti brillanti.. È lenta, immateriale, ritorna sulla terra con scadenze temporali e ha ritmi ondosi come il mare... e ci porta la vita. Quando l'acqua e la luce s'incontrano, il mondo intero si riflette, sospeso attraverso l'aria, che siano nuvole sul mare o palazzi su pozzanghere in città o narcisi sui bordi di un fiume. La luce si specchia nell'acqua che l'assorbe ed insieme scivolano sui corpi come la carezza di uno scultore sul marmo, risvegliando anime nascoste. Lo specchio è la superfice astratta dove tutto si muove e si moltiplica all'infinito. Specchio, luce, acqua, come antiche metafore di ogni riflessione, di ogni trasformazione. | | Umberto Stefanelli,"Un sasso nella scarpa" Un sasso nella scarpa ovvero casualità quasi fastidiosa, lampo di genio, terribile disagio misto a piacevolezza successiva. Tango, manga, mistomoda e quant'altro la fantasia riesce a catturare in questa sorta di mini antologica più istinto che ragione, più casualità che pensiero. Forse non vi piacerà, ma non vi annoierete di certo. Alla prossima. | | Bruno Sorlini, "Corrida" La corrida di Bruno Sorlini non è fatta solo di sangue e arena ma vi si può percepire il caldo sole del Mediterraneo che racconta la tragedia. Una piccola traccia di luce diventa il segno ed il sogno della Tauromachia. I colori vibrano in simbioso con il Mito . La sacralità del "toro" scavalca il tempo, così che i banderilleros sembrano inoltrarsi nel labirinto. "Il Minotauro si difese fino all'ultimo", disse Teseo ad Arianna…. Il Mito ci porta i colori della Camargue in una danza ammantata di ritualità. Piero Cavellini | | Giuliano Ferrari, "Luoghi comuni" In questo lavoro fotografico Giuliano Ferrari intende descrivere una città - la sua città, Reggio Emilia nella quale vive e lavora. Una città è un complesso insieme di cose, di luoghi, di persone e per capirla a fondo occorre una lunga e quotidiana dimestichezza con essa. Per farla conoscere, poi, non è necessario soltanto averne famigliari le caratteristiche, ma occorre scegliere quali mostrare e stabilire fino a che punto approfondirne l'illustrazione. Come tutti sanno "luogo comune", inteso metaforicamente, designa nel linguaggio corrente una banalità, un concetto troppo usato che è bene evitare; nel senso proprio, invece, l'espressione indica uno spazio di uso collettivo. Anche se la ricerca di Ferrari si indirizza prevalentemente verso quest'ultima direzione e sceglie di analizzare l'uso collettivo di alcuni spazi della città, il valore metaforico di "luogo comune" non è assente e si insinua in modo sotterraneo alla base della ricerca, poiché i luoghi che ha documentato nel suo lavoro sono stati in precedenza oggetto di altre indagini fotografiche, di saggi sociologici, di articoli giornalistici e perfino di utilizzo politico, fino a divenire, appunto, "luoghi comuni". Se osserviamo le fotografie ci avvediamo che esiste un'unità di racconto costante anche se si evidenzia una temperata mescolanza della visione diretta, di bressoniana memoria, con lo sguardo venato di surrealismo della fotografia americana degli anni sessanta e di quella europea più recente.(Da un più ampio testo di Massimo Mussini) | | Nathan Lions, "Dopo l'undici settembre" | | Gianni Berengo Gardin, "Antologica" La mostra ripercorre le principali tappe di un percorso che, lungo più di trent'anni, raccoglie le opere di un tragitto esistenziale e professionale: dalla collaborazione con Il Mondo di Pannunzio ai grandi reportage degli anni più recenti. "Gianni Berengo Gardin aveva poco più di vent'anni, quando cominciò a occuparsi di fotografia, dopo l'infanzia a Santa Margherita Ligure, l'adolescenza a Roma, la gioventù in Svizzera, a Parigi e quindi a Venezia, 'città di immagini', dove probabilmente si precisò questa sua grande, definitiva passione, nel 1954, anno più anno meno; Berengo Gardin dice di aver cominciato proprio allora, ma quello è soltanto l'anno della sua iscrizione al Circolo 'La Gondola' e della pubblicazione delle sue prime foto su 'Il Mondo' di Pannunzio; un pedigree d'eccezione. La 'Bell'Italia' cambiava aspetto nel cuore di tutti, dopo più di cent'anni di fotografia dallo stereotipo iterato, proprio anche mediante le frizzanti, spesso drammatiche, non soltanto dolci, fotografie di Berengo Gardin; fotografie di un sublime bianco-nero, probabilmente l'ultimo bianco-nero, che non è migliore (più 'artistico', azzarda invano qualcuno), né peggiore del colour (più cartolinesco?), ma diverso, è un altro modo di pensare il mondo, il frutto di un'evoluzione culturale, che è contemporaneamente tecnologica, inarrestabile". Italo Zannier | | Francesco Zizola "African Diary" | | Torna indietro - Continua
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